
Franco Perugia
Per l'Expo 2015 è partito il conto alla rovescia. Ogni secondo che passa è un secondo in meno che abbiamo a disposizione per fare le cose come andrebbero fatte. In questo turbolento mondo oramai ci conoscono tutti. Sanno che siamo maestri nell'arte del distrarci nei momenti più cruciali. Nel perdere tempo proprio quando si impone l'esigenza di conquistarlo attimo per attimo.
Seguendo il copione tipico di quest'Italia sprecona e disattenta, anche per l'Expo, dopo le bollicine che hanno salutato la vittoria, è dilagato il torpore. Il suo avvento, proiettato in un orizzonte temporale giudicato troppo lontano dalle masse, non fa più notizia. È stato archiviato dall'attualità che è densa di negatività e scarsamente foriera di progettualità.
In un frangente simile, qual è il compito del comunicatore? Deve solo lanciare allarmi, diffondere solleciti, lasciando agli altri il compito di raccogliere il testimone e agire? A rigore di logica la risposta a questi quesiti dovrebbe essere evidentemente negativa. A noi operatori di questo delicato settore, ai noi comunicatori milanesi (magari anche solo di adozione) dovrebbe incombere il compito, ben più sottile e difficile, di formulare proposte che siano capaci di attirare, cooptare e reclutare tutte le energie reperibili disposte a "spendersi" per la causa comune.
A guardare bene le cose, per gli italiani di questo inizio secolo l'Expo non è solo un grande evento. Scrutato con la dovuta attenzione, ha tutte le sembianze di un treno fermo in stazione, pronto a portarci fuori dalla palude nella quale ci stiamo progressivamente invischiando da oltre un decennio.
A cura di Franco Perugia
MS&L•Italia

Mario Pappagallo
Expo 2015. Momento di rilancio del Paese. Milano e la Lombardia in vetrina. L'Italia in vetrina, l'Europa in vetrina. Così almeno dovrebbe essere. Perché già oggi il tempo sembra poco. Letizia Moratti, il sindaco che ha vinto per la città della Madonnina la dura selezione per l'Expò universale, si trova a corto di fondi per far partire la macchina espositiva e protesta contro il governo che promette ma non ancora concede. I progetti preannunciati sono oggetto di dibattito. L'unità della vittoria si è incrinata al momento dei primi passi: grattacieli sì, grattacieli no; parchi sì, parchi no; navigli sì, navigli no. All'italiana. Tutti allenatori della nazionale, tutti architetti, tutti... Ma quali idee? Se qualcosa d'italico va messo in mostra è la "materia grigia". Ma dov'è finita? Il nostro Paese ha sempre fatto delle idee la sua forza dirompente, ma già da qualche decennio questa prerogativa sembra essersi spenta in Patria. Non per quanto riguarda i "cervelli" emigrati. Spenta per mali noti: mancanza di meritocrazia, stasi decisionale, burocrazia paralizzante, livelli di corruzione e concussione da hit parade internazionale. Ed ecco che i grandi investitori internazionali interessati all'Expò 2015 restano alla finestra. Vorrebbero garanzie di approvazione per progetti "chiavi in mano" da prevedere in budget già oggi.
Il 2015 è domani. Finora però si è fermi alla richiesta di progetti: potrebbero essere anche simili, inutili, non approvabili... ma chi deve decidere? E quando si avrà una decisione? Forse troppo tardi per una multinazionale che fin da ora vorrebbe approvare un mega-budget per una Milano universale. Più tempo passa, meno fondi è possibile destinare a un'idea. A un progetto. Una cosa è "spalmare" lo stanziamento in più anni, un'altra è deciderlo nel 2013 o nel 2014. Praticamente all'ultimo.
Allora che fare? Un'ipotesi è quella di mettere insieme un trust di cervelli per valutare proposte o inventarne di fattibili da finanziare. E una volta tanto non aspettare, ma ideare e decidere subito. In modo che poi gli sponsor possano scegliere, investire ad hoc, essere sicuri che quanto deciso non avrà ostacoli imprevisti. Da sbloccare con extrabudget. Una riflessione: Milano ha un potenziale enorme di ricerca biomedica, clinica, tecnologica. La città della scienza europea è in Italia. E non solo Milano.
Preparare la Lombardia ad aprire le porte a tutte queste strutture, ai laboratori, ai reparti modello di assistenza e cura non sarebbe male. E solo per fare un esempio: si è pensato ad arricchire l'intera sanità dell'emergenza della Regione per l'invasione di milioni e milioni di ospiti di lingua, cultura e religioni diverse? Prevedere postazioni con defibrillatore e personale preparato nel territorio, alle fermate del metrò ad esempio, non sarebbe poi negativo. E forse qualche sponsor sarebbe disponibile a finanziare il tutto...
Come sul tema dell'Expò stesso: un ponte culturale e solidale verso i Paesi in via di sviluppo. Aprire pozzi d'acqua e chiamarli Milano in quelle aree del pianeta dove con la stessa quantità d'acqua che un italiano consuma per una doccia si disseterebbero decine di bambini forse troverebbe molti sponsor e renderebbe veramente globale l'Expò milanese. E tale da restare nella storia. Ma in certi deserti i pozzi vanno cercati già da oggi per averli nel 2015. L'importante è che l'Italia delle idee non sia lei ormai diventata un deserto...
A cura di Mario Pappagallo
giornalista scientifico che da 25 anni si
occupa di medicina e sanità, autore di
"Contro il dolore. I nuovi strumenti della
medicina per non soffrire inutilmente: una
battaglia civile", "Una carezza per guarire.
La nuova medicina tra scienza e coscienza"
e "Le donne vogliono sapere"
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