Per l'Expo 2015 è partito il conto alla rovescia. Ogni secondo che passa è un secondo in meno che abbiamo a disposizione per fare le cose come andrebbero fatte. In questo turbolento mondo oramai ci conoscono tutti. Sanno che siamo maestri nell'arte del distrarci nei momenti più cruciali. Nel perdere tempo proprio quando si impone l'esigenza di conquistarlo attimo per attimo.
Seguendo il copione tipico di quest'Italia sprecona e disattenta, anche per l'Expo, dopo le bollicine che hanno salutato la vittoria, è dilagato il torpore. Il suo avvento, proiettato in un orizzonte temporale giudicato troppo lontano dalle masse, non fa più notizia. È stato archiviato dall'attualità che è densa di negatività e scarsamente foriera di progettualità.
In un frangente simile, qual è il compito del comunicatore? Deve solo lanciare allarmi, diffondere solleciti, lasciando agli altri il compito di raccogliere il testimone e agire? A rigore di logica la risposta a questi quesiti dovrebbe essere evidentemente negativa. A noi operatori di questo delicato settore, ai noi comunicatori milanesi (magari anche solo di adozione) dovrebbe incombere il compito, ben più sottile e difficile, di formulare proposte che siano capaci di attirare, cooptare e reclutare tutte le energie reperibili disposte a "spendersi" per la causa comune.
A guardare bene le cose, per gli italiani di questo inizio secolo l'Expo non è solo un grande evento. Scrutato con la dovuta attenzione, ha tutte le sembianze di un treno fermo in stazione, pronto a portarci fuori dalla palude nella quale ci stiamo progressivamente invischiando da oltre un decennio.
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